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martedì 4 ottobre 2011

THE GREAT TYRANT - There is a man in the house

Uno dei miei dischi preferiti dei tempi recenti, una singola perla da avere assolutamente. Il punk, suonato da Scott Walker, imparentato con i Magma. Questo sono i Great Tyrant. Un terzetto voce/organo, basso, batteria. Un disco malattissimo, per cui sarebbe stato opportuno il titolo di death rock, se già non fosse stato sprecato per opere meno degne.
Qui non voglio incensare nessuno dei colpevoli di questo disco, ma faccio menzione del virtuoso bassista Atkins, una sorta di addetto al doom con perenne fantasia, purtroppo morto.
E' per questo che cotanto capolavoro non ha avuto seguito.
Sicuramente non per tutti.
Qui.

martedì 14 giugno 2011

JOURNEY TO IXTLAN - s/t

Come suonerebbe Morricone in una band doom?
Sebbene la domanda sia alquanto strana, la risposta sonora secondo me esiste. E’ l’omonimo debutto dell’ingiustamente sconosciuto combo dei Journey to Ixtlan. Dei seguaci dello sciamano yaqui Don Juan (vedi bibliografia di Carlos Castaneda), colpevoli di questo accecante disco, nulla è dato sapere perché a quanto pare sono dei farabutti, dei veri e propri delinquenti con la fedina penale.
Quanto al disco è una intensa opera di desert rock, che muove da territori western per congiungersi alla vecchia scuola psichedelica statunitense, ma con una drammaticità di intenti ed una perversione necrofora degna di nota.
Se l’iniziale Pueblo può far pensare ad un Santana ormai decrepito strafatto di boletus velenosi e piscio d’alce (gli sciamani indiani lo facevano per avere le visioni e non morire avvelenati…non provateci soprattutto perché è difficile trovare il piscio dell’alce), la successiva Spiritual Delousing vi fa capire dove ci troviamo: una chiesa deserta nel bel mezzo di canyon rocciosi, abitata da qualche jinn dalla voce impercettibile e solforosa. The mesa è cacofonica, giganteggiante e riverberata, tranne che per una chitarra lontana. Sempre il solito sciamano sullo sfondo a parlare con il bisonte bianco. E se questa è la Mesa, figuratevi cos’è la successiva Corpse of the Mesa, ovvero il suo cadavere…un bordone d’organo messo in mano ai Sunn O)))… The Cactus Shrine ci riporta su territori più “umani”: doom acido dannato da un flauto di pan degli altopiani peruviani e funestato da un coro di condannati a morte, costretto a cantare col cappio al collo e le lacrime agli occhi. Pyramids of Light è la loro versione putrefatta ed efferata del Brian Eno più cinematografico e quando ormai non ti aspetti alcuna possibilità di salvezza, arriva il pezzo meno terrificante del lotto: Dawn of the Nagual. Il Nagual per Castaneda è colui che può guidare gli altri a nuovi livelli di percezione, alla realtà inesprimibile…effettivamente la degna colonna sonora di “Un uomo chiamato cavallo”, soprattutto nella scene di tortura. Burnt coyote teeth è la mia preferita assieme a Pueblo: un concentrato in disfacimento di LSD e frutta troppo matura con mosche e simpatiche larve. La finale Codex of Crows è la pace dopo la putrefazione: dopo la luce senza pietà del deserto, una eternità in penombra. Amen.
Lo trovate qui .

mercoledì 11 maggio 2011

OM - God is good

La ricerca della trascendenza passa anche da qui.
Già apprezzavo Cisneros all'epoca dei rimpianti Sleep, quando la dopa era il centro della musica.
Lo stimo ancor di più da quando si è ripulito e ha messo su questo combo basso e batteria, attraverso cui devitalizza il suo doom della droga per sostituirla con il fumo degli incensi e la domanda di infinito.
Si tratta comunque della ricerca della visione, ma non indotta, bensì prodotta dalla musica e dal ritmo. Quindi non è la sostanza psicotropa a definire la musica, ma è quest'ultima che induce la trance.
Lo stream of consciousness ultraminimale delle onde sonore prodotte dai nostri due (+ qualche sample) si assesta qui in una aperta ambientazione cristiana, quella del primo secolo dopo Cristo, più orientale che occidentale, ortodossa più che cattolica.
Basterebbe la sola monumentale Thebes (20 minuti!) a imporre l'acquisto, ma c'è pure dell'altro.
Respirate a fondo, chiudete gli occhi, mormorate le vostre orazioni, testa rivolta verso il cuore, gambe incrociate e fatevi questo viaggio.
Lo trovate qui.

lunedì 28 marzo 2011

BEEHOOVER - Concrete Catalyst

Una tavolozza di colori decisamente limitata non necessariamente impoverisce un quadro. Dipende dalle capacità del pittore. Ascoltare i teutonici Beehoover conferma questo semplice assunto. Bianco e nero, basso e batteria, per un album che assomiglia ad una opera di Escher.
Siamo in ambito stoner/ doom, con vene psichedeliche, unite ad un amore tutto tedesco per i meccanismi e gli incastri. Schiaccianti come un caterpillar, i nostri assemblano un album pieno di fenomenali e violentissime bordate, inframmezzate da pause di riflessione magmatica. Uno scontro tra lottatori di sumo: peso, potenza, precisione.
Quanto al suono di basso. Ho contattato Ingmar, il bassista, via email, incuriosito dal suo suono. Il buon Ingmar non è stato reticente e mi ha svelato i suoi segreti (dai pedali alle corde)…ma non credo che la medesima dotazione di armi da fuoco, mi renderebbe un cecchino della sua specie.
Ultimo. Ho provato a chiamare locali in giro per portarli in Italia, ma nulla di fatto. Se vi piacciono fatevi promotori del loro nome e scrivetemi.