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giovedì 15 settembre 2011

JIM BLACK'S ALASNOAXIS - Splay

Potremmo definirlo un album di jazz olistico, vegano.
In realtà questa fatica del combo del carissimo batterista Black, gli Alasnoaxis, merita una presenza su queste pagine perché è il miglior disco di sempre di post rock.
Come nella migliore tradizione del jazz, l'inglobamento di dialettiche ed idioletti altri rispetto al proprio linguaggio classico, è puramente un travalicamento del DNA acquisito verso soluzioni musicali altre e spesso superiori.
Qui un esempio folgorante di questo concetto, pubblicato come sempre in edizioni ultra lussose e iper riciclate dalla winter & winter.
Lo trovate qui.

lunedì 6 giugno 2011

CHARLIE HADEN QUARTET WEST - Always say goodbye

L'haiku è per M., S., N., con cui trascorsi quella magica serata a sentire i Quartet West dal vivo. Ernie Watts al sax, davanti a tutti, con il suo ascott al collo. Alan Broadband, mezzo di schiena al pubblico, al pianoforte. Sulla destra innanzi a tutti il taurino Larance Marable alla batteria. Dietro al plexiglass, a causa dei suoi problemi d'udito, sullo sfondo, Charlie Haden al suo contrabbasso. Ricordo come fosse ieri che non riuscivo a stare fermo, mi dimenavo...come sempre ai concerti jazz. Ricordo l'assolo di batteria di 15 minuti e Charlie Haden che si mette a pulire il vetro di protezione con il fazzoletto, alitando qui e lì, mentre quello letteralmente inceneriva di classe i tamburi. Ricordo Charlie Haden che fa cenno al batterista di smettere e quello rispondere con un gesto gutturale tipo NITCH! per dire no...l'assolo dura ancora qualche minuto. Poi Marable fa cenno a tutti. Il pezzo riparte da dove era stato interrotto. Cose grandi.
Il Quartet West è una creatura romantica di Haden. Jazz elegante come il reggicalze di Rita Hayworth, per amanti di Casablanca, del labbro semi-paralizzato di Bogart con la sigaretta a penzoloni ed il whisky di contrabbando con il ghiaccio.
Always say goodbye è un disco stupendo, una ideale colonna sonora ad un film noir degli anni '30. Senza tempo, come certo cinema.
Lo trovate qui .

martedì 22 marzo 2011

MC 900 FT JESUS - One step ahead of the spider

Questo album è da snob. Immaginate il tipo alternativo che dice: “io l’hip-hop non lo ascolto, ma questo disco…”. Una cosa così. D’altronde questo MC, prende il linguaggio del rap e lo trasfonde nella sua cultura musicale jazz. Un ragazzo bianco che suona la tromba ed ha una fascinazione assolutamente evidente per la letteratura. Infatti qui non si verseggia affatto per cercare la rima, l’assonanza, ma per raccontare storie, quadretti sia allegri che patetici. Insomma il clima è piuttosto urbano, da spettacolo di spoken word con sottofondo di percussioni jazzy e contrabbassi molli. A me piace molto l’apertura di disco, con la pioggia ed un drone di sitar a cauterizzare tutte le distrazioni dell’ascoltatore, per gettarlo poi in pasto al ragno del titolo (un giro di basso che s’acquatta grasso grasso sul pezzo), che fa scattare le zampette in cerca di prede (il clarinetto baritono e la chitarra in wha che appaiono e scompaiono), dando enfasi alle storie di Mark Griffin. Seguono un paio di pezzi molto funky – col vocoder e il flauto traverso – quasi ballabili. Su tutti i pezzi il meglio del meglio è stare and stare, con Vernon Reid dei Living Colors alla chitarra elettrica, qui non metal come nel suo solito ambiente, ma garbatamente jazz, che discute col basso elettrico.  Bella storia, riflessioni sul razzismo a bordo della metropolitana. Pezzo principe dell’album, non si discute, ma a me piace francamente tantissimo bill’s dream. Solo batteria e percussioni in stile Liquid Liquid, a supporto di un divertente racconto con protagonista un ciccione che guarda la TV a capodanno.